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Scusi, c’è un telefono?

In questi giorni molto si è scritto e molto si è detto sui due recenti casi di passaggio di mano di grandi gruppi di telecomunicazioni italiani, Fastweb (già e.Biscom) e Telecom Italia (comprensiva di TIM).
Come al solito, molte delle parole e dei concetti sono banali, superficiali o errati, solo pochi commentatori hanno colto il punto della situazione,
rimanendo per la maggior parte inascoltati, naturalmente. Tuttavia ci sono importanti riflessioni che, a mio avviso, devono essere
ripetute e analizzate.

La prima valutazione da fare è chiedersi perchè mai ci sia tutto questo passaggio di mano di compagnie telefoniche italiane. A parte i due già citati casi, non dimentichiamo i recenti casi dei Omnitel, considerato il migliore brand e la migliore azienda
Italiana degli anni ’90, acquisita e cannibalizzata da Vodafone, passando per Wind, società di comunicazioni di
Enel creata con l’aiuto di colossi come Deutsche Telekom e France Telecom e loro
partner, finita poi in mani egiziane, per finire con Tre, sempre stata di proprietà asiatica.
La cosa più importante da dire è che il mercato della telefonia italiano è molto appetibile,
soprattutto quello mobile (non a caso, Omnitel e Tre sono aziende solo mobili,
mentre Wind portava una bella fetta di utenti di cellulari) quindi dal punto di vista
economico è già di per se una preda ambita, in più un mercato dinamico come il
nostro porta anche una evoluzione della infrastruttura tecnologica di tutto
rispetto. Nonostante una certa arretratezza nella penetrazione delle linee ADSL – esempio negativo spesso citato ma solo in parte significativo – in effetti la rete italiana ha il suo bel valore e ricordiamo che Fastweb ha una rete in fibra ottica di proprietà di dimensioni e prestazioni più che rispettabili.
Queste caratteristiche sono due importanti premesse per parlare delle
nostre aziende in campo internazionale.

Tuttavia è interessante notare come queste stesse caratteristiche dovrebbero aiutare le
aziende a a reggersi con i propri piedi e a prosperare, invece di finire in
rapida successione nelle mani di propretori stranieri. La giustificazione di questa
situazione, sta in una caratteristica del mercato imprenditoriale italiano.
Infatti è evidente che in Italia manchi completamente una cultura dell’industria (a
questo proposito vi consiglio la lettura del libro La scomparsa dell’Italia industriale, un saggio breve ma illuminante), mentre non manca la mentalità imprenditoriale. Il risultato netto di questa condizione è che i nostri
concittadini spesso eccellono nel creare aziende di tutti i tipi, anche innovative, ma aziende che
rimangono piccole o medie oppure che dopo poco tempo passano di mano. Questo perchè pare
esistere il mito del ‘prendi i soldi e scappa’, come se una azienda fosse
destinata per una misteriosa legge di Natura ad andare male e fosse quindi da
abbandonare dopo aver raggiunto traguardi importanti, mentre sarebbe forse solo necessaria
tenerla in vita con impegno e capacità e gestirla con oculatezza.
Ecco quindi che Silvio Scaglia, dopo aver contribuito in maniera determinante alla nascita e all’espansione di Fastweb, oggi vende
volentieri le sue azioni a Swiss Telecom e ne cede sostanzialmente il controllo,
incassando qualcosa come 700 milioni di Euro, preferendo uscire dal gioco con i soldi,
piuttosto che continuare a ‘rischiare’. Scelta legittima, è giusto che ognuno con le
proprie cosa faccia come crede, ma in effetti quale sarebbe stato il rischio, e quale sarebbe
stata l’opportunità di continuare a mandare avanti Fasteweb con le proprie gambe? Affrontare il mercato
italiano della telefonia italiana fino a diventare un vero competitor dei più grandi era uno sforzo troppo
grande? Troppo difficile?
O forse solo meno comodo?

E che dire di Telecom Italia? Marco Tronchetti Provera, da quando ha acquistato la
società non vede l’ora di disfarsene, di nuovo per far cassa, possibilmente per
dare una mano a Pirelli che non naviga in acque buonissime pur essendo una bella
compagnia. Peccato che abbia sbagliato i conti e adesso si ritrovi a dover vendere non più per
guadagnare, ma per ridurre le perdite.
Ed ecco che arrivano AT&T e soci. Attirati dal mercato italiano per i motivi già
accennati e da un prezzo di Telecom Italia sostanzialmente onesto considerando l’azienda che è, da San Antonio si saranno fregati le mani.
Ma non è così facile.

Infatti improvvisamente i giornalisti e i politici scoprono che è importante
mantenere l’italianità di una azienda di comunicazioni importante come Telecom.
Accipicchia!
Perchè non ce lo avete detto prima? Potevamo forse evitare di vendere Wind e Omnitel!
Tralasciando questo piccolo particolare, va bene, troviamo in Italia qualcuno che compri Telecom.
Qualcuno che non sia una banca, per favore!
E’ mai possibile che in Italia tutte le aziende e debbano essere possedute da banche?
Si sta parlando da giorni di un possibile intervento dell’onnipresente Intesa Sanpaolo, e allora via, fiumi di inchiostro sulla faccenda, ma
qualcuno ci ha detto che cosa il colosso bancario intende fare con TI?
Qualcuno di voi ha visto un piano industriale, non dico buono, ma un piano qualsiasi?
Perchè non smettiamo di fare solo discorsi di principio e cominciamo a fare
discorsi pratici?
Non significa essere contro le banche (io non lo sono), ma a favore della creazione di beni o servizi, non
solo di artifici economici.

Chi vuole TI? Quanto vogliono spendere, ma soprattutto che cosa ne vogliono fare?
Scriviamo queste cose su un bloc-notes e confrontiamo le offerte, non continuiamo a fare castelli di
carta con ragionamenti astrusi o discorsi di alta finanza che sono del tutto
inappropriati.
Moti pensano che l’affarie TI sia solo una delle tante palestre a
disposizione per esercitare e mostrare al mondo la propria abilità finanziaria, dove il
giocoliere più abile con i suoi equilibrismi vince. No, qui stiamo parlando del futuro delle comunicazioni dell’Italia!
Nessuno ha spiegato ai nostri governanti e illustri commentatori che le
comunicazioni sono fondamentali e lo saranno per molti anni?
In molti si riempiono la bocca con termini come WiMAX o HSUPA o 4G, credendo di
dimostrare che una rete di telecomunicazioni cablata sia anacronistica, ma
queste stesse persone dimostrano solo solo di non sapere di costa stanno parlano (potete
seguire i link alle varie voci della Wiki per leggere i dettagli delle varie
tecnologia e trarre le vostre
considerazioni).
Forse prima di pensare quale gruppo finanziario favorire, bisognerebbe pensare a come favorire l’Italia.

A questo punto è necessario parlare di cose concrete, di idee per lo sviluppo
tecnologico, di piani per l’impiego del personale, di capacità organizzative e tecniche, poco importa se queste
vengono dall’Italia o dagli USA o da Proxima Centauri. Certo, una volta tanto,
sarebbe meglio dimostrare di poter fare da noi, ma questo è secondario rispetto
al risultato di progresso tecnologico.
Se non vogliamo finire nel terzo mondo (e per molti parametri già lo siamo, purtroppo) anche nel campo tecnologico è necessario
che ci si svegli il più presto possibile e Telecom Italia sarebbe un buon punto di inizio. Darla in pasto,
ancora, a qualcuno deciso a farci quattrini e a rivenderla (probabilmente peggiorandola) guadagnandoci il più possibile e il più presto possibile
è soltanto un passo in avanti che ci avvicina al baratro dei Paesi arretrati.
Perchè, una volta che non avremo più computer, aerei, prodotti chimici e telecomunicazioni, nessuna acrobazia finanziaria ci salverà dal tracollo. Indipendentemente da chi possiede il 33% di Olimpia.

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