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L’Onda portante

Ammetto candidamente di aver appreso della nascita di
Google Wave da un quotidiano generico e di
non essere stato abbastanza informato sul Google I/O per venire a conoscenza del
prodotto in tempi più appropriati per una persona come me che lavora nel campo del
ICT. Per rimediare a questa brutta figura, mi sono rivisto due volte in
meno di un giorno il video della technical preview che si trova su Youtube
e che ho incorporato più avanti nel post (vi consiglio anche di
dare una occhiata al keynote della
conferenza
, è illuminante).
Su internet la notizia ha naturalmente fatto molto rumore: lo spettro delle voci
va dagli entusiasti per partito preso, ovvero i fanatici di Google a ogni costo,
agli scettici per nulla colpiti da questo annuncio. Normalmente io faccio parte della seconda categoria,
ma questa volta devo dire di essere passato molto velocemente dalla parte degli
entusiasti, ma non per partito preso.
Nel resto del post cercherò
di spiegarvi il perché.

Prima di tutto è opportuno che inviti i più curiosi di voi a vedere il video
della presentazione. Per quanto breve, meno di una ora e mezzo, è organizzata molto bene
e da una panoramica completa di Wave, per quanto possibile in così poco tempo.
Fate molta attenzione alle parole con cui Vic Gundotra – Vice President Engineering
di Google – annuncia la presentazione: «yesterday we promised
you a surprise for this morning… and this morning Google will
surprise you»
.
Siamo avvisati…

Per prima cosa bisogna definire che cos’è il prodotto Google Wave.
I giornali e le fonti di notizie generaliste lo hanno definito come un contrattacco
di Google nei confronti di Fecebook e del social networking
in generale, campo in cui il sito Orkut di Google ha avuto scarso successo e gode
di poca popolarità.
In effetti Wave è molto di più, sia dal punto applicativo che strutturale, è una cosa più grande e molto più versatile di un
social network o di un aggregatore.
Nella presentazione è definito come un insieme tra un prodotto, una
piattaforma e
un protocollo. Io personalmente lo definirei con il solo
termine  piattaforma:
rende bene l’idea di un prodotto che non è un semplice applicativo, ma una nuova
sovrastruttura.

La dimostrazione parte da una discussione sulla e-mail, spiegando come questo
strumento, per quanto diffusissimo, è stato pensato circa 40 anni fa con una tecnologia
completamento diversa dalla attuale e si tratta quindi di un vero e proprio pezzo
d’antiquariato. Apparentemente, in prima battuta, Wave sembra quindi un
rimpiazzo
a un sistema di messaggistica, ma definirlo così è riduttivo.
Il concetto centrale di tutta la piattaforma è la conversation, la conversazione: in
ultima analisi
ogni tipo di documento e di comunicazione sarà una conversazione o, detto nel nuovo
gergo, un Wave, neologismo creato al volo per questa tecnologia.

Qualche esempio, giusto per essere pratici:

  • Una e-mail si trasformerà in una discussione (un wave) tra due persone. Una
    volta intavolato un discorso, si potranno invitare altri partecipanti a
    comunicare (qualcosa di simile al CC e al FW) e diventerà un ibrido tra una e-mail tra più
    destinatari e una conversazione
    su un software di IM come Skype o MSN.
  • Un post in un blog sarà un wave proposto dall’autore potenzialmente a tutto
    il mondo: quelli che adesso sono i commenti, saranno degli interventi di altri
    utenti nel wave.
  • Un documento sarà di nuovo una conversazione, probabilmente iniziata e finita
    dall’autore. Ma invitare amici o collaboratori a partecipare sarà
    semplice come
    invitare amici su Google Docs
    : aggiungendo l’account, chiunque potrà vedere immediatamente
    il documento e partecipare alla stesura, correggerlo o semplicemente aggiungere i propri
    commenti.
  • Una voce di una wiki sarà un wave a cui non solo tutti potranno
    partecipare,
    ma potranno lasciare commenti direttamente inline, senza la
    necessità della
    linguetta discussione (il termine continua a ricorrere,
    apparentemente) come nelle wiki più diffuse al momento

Veramente impressionante è la collaborazione immediata che abbiamo visto sullo
schermo: è possibile scrivere a un’altra persona, non solo nel solito metodo
asincrono tipico della e-mail, ma anche in maniera veramente live,
addirittura con ogni carattere inviato in tempo reale!
Vederlo a schermo è, mi ripeto, impressionante: resta da vedere se questa immediatezza
funzionerà comunque su internet e su server con potenza elaborativa varia, oltre
che su reti con ampiezza di banda e livelli di congestione diversi.

Un altra caratteristica interessante e affascinante è il progresso della
linguistica basata su quello che gli autori chiamano language model.
Il language model consente
non solo la correzione ortografica, ma va addirittura molto oltre la correzione grammaticale.
Questo significa che non solo una parola viene corretta in base a un dizionario
linguistico
ma le intere frasi sono corrette, non in base a una serie di regole
grammaticali, bensì basandosi su un modello sensibile al contesto.
Nel video c’è un esempio molto efficace
di questo meccanismo: le frasi

Can I have some been soup?
Icland is an icland

diventano automaticamente

Can I have some bean soup?
Iceland is an island

Notate che ortograficamente la prima frase era corretta, ma il Language
Model ha stabilito che nel contesto della zuppa, la parola bean fosse più corretta
rispetto alla, forma verbale been. Nel secondo caso, due parole
sbagliate identiche sono trasformate nelle loro varianti corrette basandosi sul
probabile
significato della frase.
Di nuovo, sullo schermo questa cosa è impressionante,
sarà interessante vedere con quale precisione e con quale velocità questo funzionerà
nel mondo reale.
Verso la fine della presentazione il Language Mdoel ci presenta una nuova meraviglia:
traduzione in tempo reale di una conversazione!
Sullo schermo ci viene mostrata una conversazione tra un Francese e un Americano:
le parole e le frasi vengono tradotte in tempo reale dall’inglese al francese e
dal francese all’inglese a beneficio dei due interlocutori.
Francamente ne sono
rimasto stupefatto: considerando quanto male funzionano i sistemi di traduzione
automatica (quello di Google per primo), una tecnologia del genere sembrerebbe
fuori portata, almeno al momento, ma l’abbiamo vista.

Secondo lo speaker, questo language model è stato creato da una base
ampissima,
ovvero da tutto il web. Si presume che Google abbia usato il contenuto delle pagine
indicizzate per creare questa base linguistica da cui attingere per suggerire e
correggere. Lo sforzo computazionale necessario per una cosa del genere è
ovviamente
enorme, come la velocità referenziale necessaria per correggere così velocemente.
Sarà interessante vedere un documento tecnico su come tutto questo sia stato possibile.

Tutta questa capacità è demandata a due estensioni di Wave chiamate
Spelly
e Rosy: si tratta di Robot residenti su server che agiscono
sugli wave come un partecipante
umano.
Nella presentazione se ne sono visti diversi: Bloggy per operare sui post
nei blog, Linky che aggiunge da solo i link a parti di testo che
rappresentano collegamenti ipertestuali, Searchy per includere in un Wave le ricerche,
Polly
per creare dei sondaggi (se state ridendo, vi dico che la PM di Wave ha commentato
ironicamente «really clever naming convention…»).

Dal punto di vista sistemistico, poi, ci sono grandi notizie. Tutto il progetto Wave è Open source (o meglio, lo sarà a breve), ma soprattutto è una
piattaforma non esclusiva:
il protocollo, per esempio, è già pubblicato e si può addirittura
discuterne
su gruppi appositamente messi a disposizione da Google.
Google probabilmente
pubblicherà il servizio per il grande pubblico, così come fa più o meno con GMail,
la bellezza, però è che ognuno potrà far girare il proprio server Wave: da questo punto
di vista sarà simile a un sistema di collaborazione o messaggistica tipo Exchange
o Notes. Il prodotto si potrà semplicemente scaricare, installare e configurare:
potrà essere interconnesso con altri server Wave creando capacità collaborativa
immediata senza necessità di impostare nessun tipo di webservice ad hoc.
Se due persone da diverse aziende si trovano a dover collaborare, oggi
semplicemente si scambiano
un indirizzo e-mail: nel futuro sarà forse più semplice scambiarsi
gli indirizzi dei rispettivi Wave server e avviare immediatamente la
collaborazione con tutto il potenziale della piattaforma, dei suoi robot e di
ogni miglioramento messo a disposizione dalla comunità Open Source.

In conclusione è evidente che questo sistema ha la potenzialità per
soppiantare tutti i sistemi di comunicazione e collaborazione tradizionali sia
in ambito casalingo che lavorativo. Il fatto di essere a sorgente aperto ne farà
senza dubbio un prodotto molto appetibile per un gran numero di organizzazioni.
Resta il dubbio su qualcuna delle sua capacità per così dire collaterali
come l’editing dei documenti.
Nonostante tutto, io trovo che questa iniziativa sia una vera rivoluzione nel
mondo della comunicazione. Naturalmente potrebbe fallire clamorosamente come
molte altre tecnologie che abbiamo visto nel corso degli anni, ma da quello che
si è visto in questi pochi giorni, io scommetterei sulla sua sopravvivenza e
prosperità.

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