Commenti, Spettacolo

Atlantis, arrivederci e addio

I lettori appassionati di fantascienza sapranno senza dubbio che la serie Stargate Atlantis si è conclusa all’inizio di gennaio con il finale della quinta stagione che ha segnato il traguardo del 100° episodio, oltre al finale di serie, come detto.

Premetto che io non ho ancora visto l’ultima stagione della serie – FOX in Italia ha da poco concluso la quarta stagione – ma si è fatto un gran parlare delle serie, proprio perché il finale ha aperto il tempo dei bilanci, vorrei quindi approfittarne anch’io per commentare lo show.

Atlantis è stato il primo spin-off di SG-1, una serie partita in sordina alla fine degli anni ’90, ma che poi ha raggiunto una tale popolarità da diventare lo show di fantascienza più longevo della televisione americana e da meritare ben due spin-off, il secondo dei quali, Stargate Universe, partirà molto probabilmente nel dopo l’estate 2009. Secondo molti commentatori, Atlantis ha rappresentato una variazione sul tema rispetto a SG-1: di nuovo una serie ambientata principalmente in una base (lo SGC in SG-1 e la Città in Atlantis) da cui i protagonisti partono ogni episodio attraverso lo Stargate per esplorare i mondi delle rispettive galassie (la Via Lattea e la galassia Pegaso). In effetti è evidente che Atlantis è simile sì a SG-1, ma molto più simile alle ultime stagioni, piuttosto che alle prime. Con il tempo, infatti il franchise di Stargate si è progressivamente mosso da storie orientate quasi esclusivamente all’esplorazione di pianeti tramite lo Stargate, a episodi con un respiro più ampio, incentrate su alleanze, intrighi e politica fino a guerre su scala galattica e addirittura transgalattica.

L’apparizione di astronavi terrestri (la Prometeus nella sesta stagione di SG-1, in particolare) ha simbolicamente dato il via al cambiamento. Atlantis porta questo concetto all’estremo, non per niente proprio in questa serie gli episodi ambientati nello spazio si moltiplicano, così – di nuovo – come le astronavi terrestri e quelle aliene. Gli episodi e Camelot e Be All My Sins Remember’d e sono due lampanti esempi di questa transizione in SG-1 e in Atlantis.

A differenza di SG-1, Atlantis ha impiegato molte meno tempo a raggiungere alti livelli negli episodi: mentre la prima serie ha necessitato un paio di stagioni di rodaggio prima di uscire dal vicolo cieco di episodi quasi tutti uguali dal punto di vista strutturale, Atlantis ci ha mostrato subito una certa varietà e maturità. Entrambe queste caratteristiche hanno ovviamente tratto beneficio da tutta la storia, le innovazioni e i personaggi mostrati in 8 anni da SG-1 e, a mio avviso, Atlantis ne ha approfittato in maniera più che buona. Atlantis appare infatti sempre “connesso” con il resto del franchise e con l’attualità del mondo reale: il SGC, il IOA hanno un ruolo  importante, così come la politica nazionale e le relazioni internazionali che gli USA hanno con le altre potenze mondiali.

Da più parti sono state mosse critiche anche pesanti ai personaggi della serie, ma io ritengo che la maggior parte sia esagerata.

Il più ovvio paragone è tra i leader militari delle due serie: si dice spesso che Sheppard non possa reggere il confronto con O’Neill, ma questo confronto non andrebbe nemmeno fatto, a mio parere. I due personaggi, così come gli attori che li interpretano, sono due tipi totalmente diversi. Tanto uno è anziano, esperto, disilluso, così l’altro è invece giovane poco esperto e obbligato a crescere professionalmente in una situazione critica. O’Neill era noto per la sua estrema ironia, che a volte finiva addirittura per trasformarlo nella classica macchietta. E’ stata una caratteristica che ha segnato il personaggio e in buona parte l’intera, tanto è stata apprezzata dal pubblico, ma non dimentichiamo che in alcune situazioni il suo comportamento risultava un po’ sopra le righe, considerando il suo ruolo e le sue responsabilità. Al contrario, Sheppard è un ufficiale tutto d’un pezzo: nonostante non si lasci mai scappare occasioni di fare una battutaccia su McKay, il suo comportamento è molto più militare, atteggiamento che rispecchia forse anche una lezione appresa in seguito ai sui problemi con i superiori e con l’eseguire gli ordini.

Sarebbe forse più opportuno paragonare lui a un personaggio che gli è più simile, ovvero Cameron Mitchell, che gli è più vicino come esperienza, età e rapporto con i suoi pari. Di entrambi possiamo dire che sono personaggi (e attori) inseriti nello show in punti critici e con ruoli altrettanto critici: sono stati entrambi diversi da O’Neil, ed entrambi hanno messo del loro per evitare di generare solo una brutta copia dell’originale: mi pare che entrambi abbiano fatto bene, nonostante ogni tanto la nostalgia possa spingere a dire il contrario.

Altro personaggio veramente interessante è, ovviamente, Rodney McKay che è in qualche modo lo specchio di Sheppard. Chi lo ricorda dalle prime apparizioni in SG-1 non può aver dimenticato la presenza quasi esclusivamente perturbativa, insensibile e antipatico com’era. Negli anni è cresciuto molto da tutti i punti di vista: le ultime stagioni di Atlantis rappresentano il compimento di questo lungo viaggio. Onestamente non credo si possa criticare il personaggio o l’attore… anzi si è trattato di una scelta ottima e coraggiosa perché è stato più difficile salvare il buono del personaggio già avviato e smussarne i suoi angoli, piuttosto che iniziare tutto da zero. E’ il caso di una verosimile crescita umana e professionale mostrata sullo schermo.

Per quanto riguarda la Weir, il suo personaggio ha probabilmente sofferto la troppa staticità: rimanere alla base mentre gli altri personaggi vanno all’avventura ha evidentemente un effetto negativo. Non per niente in SG-1, lo staff del SGC era composto da personaggi regolari, ma di secondo piano, per così dire. Il generale Hammond ne è l’esempio migliore: obiettivamente non ci si poteva aspettare di meglio dalla Weir.
Probabilmente sia l’attrice che il personaggio hanno sofferto di una aspettativa troppo elevata. Peccato, il personaggio era interessante e si era costruita una buona base in SG-1, forse ci voleva il coraggio di lasciarla sulla Terra in uno dei viaggi di ritorno all’inizio della serie e farne subito un semi-regolare, dandole una parte molto minore ma molto più dignitosa. Trattarla così come hanno fatto, è risultato quasi una punizione, sia per il personaggio che, probabilmente, per l’attrice che addirittura ha rifiutato le ultime partecipazioni alla 5° stagione, forse un po’ seccata.

Di Aiden Ford, Ronon Dex e Teyla Emmagan dobbiamo probabilmente parlare insieme. Tutti e tre sono stati concepiti in parte come spalla di Sheppard e in parte come rappresentanti del punto di vista alieno (ognuno a modo suo) della serie. Si tratta di una classe di personaggi che ha una lunga storia alle spalle nella SciFi in generale e che in SG-1 ha avuto una incarnazione molto ben riuscita in Teal’c. Incarnazione tanto ben riuscita che questi tre successori sono risultati solo pallidi tentativi di imitazione. Forse sarebbe stato meglio evitare di ricreare un personaggio già visto e – nonostante il successo – ripartire da zero e inventarsi qualcosa di nuovo. Non credo che si possa dire male dei tre: qualcuno è rimasto poco sullo schermo, tutti hanno dovuto dividere la scena con altre spalle e con gli onnipresenti personaggi principali.
Tutti hanno sofferto di quello che a me è sembrata indecisione da parte dei creatori della serie: indecisione nel prendere una strada unica e investire in quella.
Con questi tre personaggi hanno forse voluto fare troppo, finendo poi per fare poco (no, non niente).

Per mancanza di spazio, parliamo solo brevemente di una pletora di personaggi secondari. Mi pare che la grande maggioranza si sia comportata in maniera ottima e abbia lasciato il segno pur in ruoli piccoli e limitati nel tempo. Anzi, dobbiamo forse dire che gli sceneggiatori dei due Stargate sono stati veramente eccezionali nel trattare i cosiddetti recurring dando loro sempre parti ben calibrate, consentendo a molti di tornare, senza pretendere che facessero i miracoli che i personaggi minori non potranno mai fare sul piccolo schermo, per loro stessa definizione e formazione.

Esempio di questa categoria è stato l’ottimo Carson Beckett: utilizzato in maniera intelligente nella prima stagione è diventato il beniamino dei fan e ha sviluppato una perfetta meccanica relazionale con gli altri personaggi, tanto da diventare regolare a furor di popolo. Fino alla sua improvvida uccisione, ha funzionato in maniera eccezionale nello show, tanto che la sua morte ha dovuto essere rivista meno di un anno dopo, purtroppo con risultati non brillanti. Anche la sua sostituta, dottoressa Jennifer Keller, ha saputo sfruttare in maniera opportuna il suo limitato spazio, anche se sulle sue spalle ha pesato senza dubbio il ricordo del suo predecessore e la sua pesante eredità di credito presso il fandom.

Detto tutto questo, è arrivato probabilmente il momento di farci al domanda veramente importante: perché è finito Stargate Atlantis?
Purtroppo il motivo è sempre quello. Non scrivo purtroppo perché io sia contrario al concetto di profitto, ma piuttosto purtroppo per il cattivo trattamento riservato, una volta ancora, ai fan e a chi ha veramente a cuore la serie dal punto di vista artistico.

Avrete capito, naturalmente, che il motivo della chiusura sono i soldi. E’ una dichiarazione fatta da alcuni membri del team creativo di Atlantis e, dopotutto, è una storia che ci sentiamo ripetere da anni, che possiamo leggere identicamente uguale a sé stessa per The Next generation, giusto per fare un esempio pratico. Più uno show va avanti, più gli attori costano, più bisogna investire in set, comparse, attori ospiti, trame più sofisticate e così via; dopo qualche anno, uno show televisivo è pronto per fare il grande salto sul grande schermo (di nuovo vedi Star Trek) oppure su DVD.

Quest’ultimo mezzo, in tempi recenti, ha guadagnato ampio consenso da parte delle major per i grandi guadagni che porta: ancora prendiamo a esempio Star Trek che, sia nelle incarnazioni più riuscite che in quelle meno gradevoli, ha venduto benissimo anche in paesi insospettabili (ovvero in Italia). L’altro esempio, ancora più naturale, è SG-1 che dopo la chiusura del serial è continuata già in due DVD che hanno avuto un costo di produzione tutto sommato modesto e ritorni economici ottimi. Questa iniziativa da parte della produzione è senza dubbio apprezzabile, in quanto permette alla serie di proseguire e di evolvere anche senza esistere più come prodotto settimanale, tuttavia dobbiamo rilevare che si tratta di nuovo di un espediente con fine economico e abbiamo pochi dubbi che, una volta raggiunto il picco dei guadagni e vista una piccola flessione, anche la serie di DVD sarebbe chiusa velocemente se non addirittura interrotta all’improvviso.

Tornando per un momento al discorso dei tagli dei costi, è ormai evidente a tutta Hollywood che cosa fare con una serie di successo: mantenerla in vita per un po’, poi chiuderla e creare uno spin-off!
La premessa simile dei due show porterà invariabilmente gli stessi spettatori anche dalla serie madre alla figlia, mentre un cast nuovo potrà fare lo stesso lavoro del vecchio per meno soldi. Questo naturalmente solo nella testa di qualche (forse molti) avido produttore: infatti abbiamo visto molte volte come uno spin-off sia diventato solo l’ombra pallida della serie da cui è nato, sia dal punto di vista creativo che per quanto riguarda gli attori e i loro personaggi. Naturalmente ci sono delle eccezioni, vedi l’ottimo Angel nato da Buffy, oppure lo stesso Atlantis: non è una legge di natura che ogni spin-off perda un po’ della magia della serie precedente, ma crearne a ciclo continuo come si sta facendo recentemente è un azzardo e spesso si rivela un fallimento.

Mi ripeto, non bisogna credere che qui non si recepisca il diritto al giusto guadagno della produzione, ma vorrei solo sottolineare che un po’ più di riguardo verso il pubblico sarebbe forse più apprezzato e, sul lungo periodo, potrebbe portare a guadagni maggiori rispetto ai semplici ‘giochetti’ di cui abbiamo appena detto. Un fandom più tutelato e ascoltato, sarebbe probabilmente molto meglio disposto verso le case di produzione e ancora più ricettivo verso il loro prodotti.

Forse nessuno si è posto il problema se la disaffezione del pubblico sia effettivamente la causa dei molti show naufragati o forse non ne sia l’effetto!
E’ il momento di farsi una domanda del genere.
Tornando nel finale ad Atlantis, per tutto quanto o visto ed esposto qui, la serie non meritava una fine di questo tipo, ma un po’ più di fiducia invece, almeno un’altra stagione avrebbe dato qualche tempo in più per risolvere i punti aperti che adesso andranno affrontato in DVD, forse in uno solo.
Fra poco il testimone passerà a Universe, sicuramente ne guarderò l’inizio e molto probabilmente finirò per seguirlo tutto, magari anche ad apprezzarlo, e, così come me, faranno senz’altro molti altri fans delle due serie. Ma, di nuovo senza dubbio, a molti continuerà a risuonare in testa la domanda: è valsa la pena uccidere Atlantis per far nascere Universe?

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Le scorie del giornalismo

Già altre volte mi è capitato di trattare questo argomento, ma il
pressappochismo dei giornalisti nostrani è una fonte inesauribile di stupore e
tristezza. Questo volta lo spunto per la scrittura di questa entry viene da un
articolo a firma di Dacia Maraini apparso sul Corriere della Sera del 8
aprile scorso.
L’articolo tratta in maniera approssimativa l’argomento energia e scorie
nucleari. Vi evito un riassunto e vi rimando direttamente alla

versione integrale pubblicata sul sito
.
Qualunque lettore dotato di buon senso e di un minimo di preparazione
scientifica, può evidenziare le numerose imprecisioni e leggerezze presenti nel
pezzo.

Tuttavia si presume che un articolo di questo tipo, pubblicato in un
quotidiano ad ampia distribuzione si rivolga a un pubblico di ampio respiro. Dovrebbe quindi spiegare i concetti in maniera semplice e rigorosa. Ma
sembra che questo succeda raramente: in questa come in altre occasioni, le
opinioni personali di una scrittrice sono state pubblicate come dati di fatto,
cosa che non è.
Mi sono sentito in dovere di far presente le mie osservazioni alla redazione del Corriere e ho quindi spedito
la lettera che riporto qui di seguito:

Gentile Redazione,
nella rubrica Opinioni & Contributi del Corriere del 8 aprile ho letto con
interesse l’articolo “L’energia nucleare: problema di scorie”.
Sono rimasto francamente stupito della leggerezza con cui è stato trattato
l’argomento e della mancanza di senso critico: in un momento di crisi energetica
come questo e in un Paese energeticamente arretrato come l’Italia, sarebbe forse
meglio dedicare maggiore spazio alle diverse tecnologie, mettendo bene in
evidenza pro e contro. Mi permetto quindi di di fare alcune osservazioni su
quanto scritto nel pezzo.

In primo luogo viene detto che in Italia si dovrebbero costruire circa 20
centrali per soddisfare una parte del fabbisogno energetico. Anche ammettendo
che la nostra situazione sia rapportabile simmetricamente a quella USA, in ogni
caso l’alternativa alla costruzione di 20 centrali nucleari è semplicemente
quella di lasciarne in funzione (o costruirne) altrettante a combustibili
fossili con tutto quello che ne consegue in termini di efficienza, costi e
inquinamento chimico.

Viene poi esposto l’opinabile giudizio secondo cui solo poche nazioni al mondo
sono effettivamente interessante al nucleare, ma questo è evidentemente falso.
Prima di tutto c’è da notare che paesi come la Cina e l’India si stanno
giustamente rivolgendo a questa fonte energetica in quanto consapevoli che
l’esplosione dei loro consumi non potrà essere soddisfatta in nessuna altra
maniera. In secondo luogo è un dato di fatto che in tutti i paesi
industrializzati sia in atto un “rinascimento” nucleare: il fatto che se ne
parli persino in Italia, dove l’argomento è stato spesso demonizzato, è
sintomatico di un cambio di paradigma radicale, in Europa e nel resto del Mondo.
Per inciso, la Francia copre la sua produzione elettrica in maniera nucleare per
circa il 78%, produce meno inquinamento e ha energia a buon mercato. Dipende in
maniera minima dal petrolio e può addirittura vendere all’estero (all’Italia,
per esempio) il surplus energetico a costi concorrenziali.

Arriviamo poi al problema delle scorie: dovrebbe essere il punto nodale
dell’articolo, ma è liquidato in poche righe. In un paragrafo vengono brevemente
introdotti (pur senza essere nominati) i reattori autofertilizzanti.
Differentemente da quanto scritto, non è vero che <rendono poco e nessuno li
vuole>: per chi non la conoscesse, si tratta di una tecnologia matura già
testata in Francia, per esempio, anche con un contributo italiano. La sua
mancata applicazione pratica era giustificata da costi di esercizio non
concorrenziali, ma queste valutazioni si riferiscono ormai a dieci o venti anni
fa quando il problema energetico e ambientale non era così pressante. La loro
fattibilità tecnica non è in dubbio e la loro utilità nell’ambito di una
economia nucleare è già evidente nei dibattiti tecnici.
Questi reattori possono superare anche il problema della relativa (e presunta)
carenza di Uranio, moltiplicando gli stimati 50 anni di riserve per un fattore
di 50 o 100, rendendo le scorte virtualmente illimitate. L’argomento a sfavore
del Plutonio, inoltre, non è del tutto corretto: questo elemento artificiale è
effettivamente generato nei reattori superveloci, ma non è necessariamente uno
scarto e inoltre non si tratta di un materiale definito weapon grade in sé. Per
essere usato nelle armi atomiche va intenzionalmente riprocessato.

Di nuovo a proposito della scarsità delle materie prime, ricordiamo che l’Uranio
non è l’unico combustibile nucleare esistente: il Torio, per esempio è utile per
costruire reattori subcritici come proposto da Carlo Rubbia qualche anno fa.
L’India, che è dotata di ingenti risorse di Torio, sta già mettendo in funzione
altri tipi di centrali funzionanti con questo elemento che, tra le altre cose,
consumano anche Plutonio evitando dunque la temuta proliferazione.

A questo punto nell’articolo si introduce il concetto dei generatori termici a
energia solare (di nuovo una idea del Professor Rubbia, il famoso progetto
Archimede) che vengono presentati come la panacea di tutti i mali. Peccato che
si sia dimenticati di dire che questi impianti prima di tutto devono essere
fabbricati con lavorazioni industriali importanti e inquinanti e che per
funzionare usino (a ciclo chiuso) sostanze anche tossiche di nuovo da produrre e
smaltire. Dovrebbero inoltre essere prodottoti in quantità enorme: per
soddisfare una percentuale sensibile del fabbisogno dovrebbero coprire una area
di qualche migliaio di chilometri (!) quadrati solo in Italia. Bisogna notare
inoltre che la resa di un impianto di questo tipo è molto bassa in quanto è
determinata in maniera critica dall’entità dell’insolazione che, ovviamente, è
zero per metà della giornata e ridotta in caso di maltempo. Infine il costo
della energia prodotta da un impianto di questo tipo è nell’ordine di 5 o 10
volte superiore a quella proveniente da da centrali nucleari.

Questo naturalmente non significa che le fonti di energia cosiddette alternative
o verdi debbano essere ignorate: idroelettrico, solare ed eolico sono importanti
risorse che dobbiamo imparare a sfruttare, ma non sono la soluzione al problema
energetico.
La comunità scientifica è unanime nell’affermare che, con le conoscenze attuali,
con la tecnologia che abbiamo e che può essere perfezionata nel breve e medio
periodo, le fonti rinnovabili potrebbero contribuire per il 20% o 30% al
fabbisogno mondiale. Il resto deve venire da fonti fossili o dal nucleare.
Aspettarci di più è semplicemente irrealistico e irrazionale.

L’articolo si chiude di nuovo parlando di scorie. Ancora l’argomento è trattato
in maniera sbrigativa: prima di tutto non si accenna nemmeno alla differenza fra
scorie ad alta e a bassa emivita e ai diversi tipi di radiazione emessa, inoltre
non si fa nessuna valutazione quantitativa. La produzione annuale di scorie di
una centrale ammonta a pochi metri cubi di materiale di cui una grande frazione
ha un tempo di dimezzamento breve. Lo stoccaggio delle scorie nucleari, per
quanto sia oggetto di numerosi dibattiti (strumentali, molto spesso), è
scientificamente dimostrato come fattibile e sicuro. E’ inutilmente allarmistico
dire che un terremoto potrebbe portare alla distruzione di interi Paesi. Prima
di tutto un deposito di scorie non è una bomba atomica, come sembra sottinteso,
ma un luogo dove alcuni materiali transuranici o irradiati vengono conservati in
forma inerte. Secondariamente è evidenza dei fatti che i depositi di stoccaggio
sotterranei già proposti siano ragionevolmente sicuri anche su tempi geologici.
Chi non fosse convinto di questa cosa, può documentarsi sulla storia dei
reattori nucleari naturali nella zona del fiume Oklo nel Gabon e sulla sorte dei
loro prodotti di reazione.

Concludo notando che una discussione sulle fonti di energia tradizionali e
alternative non può che essere positiva, soprattutto al di fuori della ristretta
cerchia degli esperti nei vari campi. Devo tuttavia notare che articoli a senso
unico come questo finiscono solo per confondere il lettore profano e a inculcare
un falso senso di pericolo. Rafforzano poi l’idea che esistano fonti di energia
economiche, illimitate e pulite a portata di mano quando queste caratteristiche,
purtroppo, non possono coesistere contemporaneamente.
Un giorno forse saremo in grado di costruire una enorme centrale a energia
solare nello spazio con cui soddisfare il bisogno planetario in maniera
efficiente e pulita, ma questa ora è solo fantascienza, mentre il problema
energetico è reale, del tutto attuale e tuttora in attesa di una soluzione.

Grazie per l’attenzione e cordiali saluti.

Luca Mauri

Ovviamente non devo dire che questa lettera non è stata pubblicata:
diversamente da quanto vorrebbero farci credere, i giornalisti fanno anche loro
parte di un’ennesima casta che tende soprattutto a preservare
sé stessa. Nonostante io non abbia mosso accuse nella mia lettera e non abbia
nemmeno citato l’autrice, pubblicarla avrebbe voluto dire ammettere una totale
mancanza di attenzione nei confronti delle informazioni pubblicate. Come spesso
accade, una firma prestigiosa è stata automaticamente autorizzata a scrivere a
proposito di qualsiasi argomento senza nemmeno subire un processo di revisione.
I lettori regolari di questo blog, sanno che sono già stato protagonista di una
esperienza simile, di cui potete

leggere qui
.
Ho voluto riportare in questa entry tutta la storia nella sua interezza per
lasciare una traccia di quello che è successo e di come, ancora una volta, il
pressappochismo e l’ignoranza abbiano trionfato sulla razionalità.

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Del tutto senza Sapienza

Normalmente questo blog non tratta di argomenti di
pura attualità, ma in questo caso la situazione è tanto grave da avermi colpito
molto e, dopo fiumi di inchiostro versati in molti casi a sproposito, mi sono
deciso a mettere anche la mia opinione nero su bianco.
Dal titolo è abbastanza ovvio che mi sto riferendo alla violenta controversia
nata dalla prevista visita del Papa alla Università della Sapienza di Roma
all’inaugurazione dell’anno accademico. In molti hanno partecipato al dibattito
sui giornali e sulla TV, ma mi sembra che pochissimi abbiano effettivamente
colto nel segno del problema, spero di riuscire a farlo io qui di seguito.

Prima di tutto dobbiamo dire che la faccenda
inizia alla fine del 2007 con l’invito del Papa da parte del Rettore
dell’Università: Subito dopo sono seguite alcune proteste del tutto pacate tra
cui quella molto nota dei 67 docenti che hanno esposto le loro perplessità in
una lettera. Il vero e proprio caso, però è sorto recentemente grazie ai soliti
giornalisti che hanno amplificato le proteste studentesche, queste molto meno
pacate.

Da qui in poi abbiamo assistito al prevedibile
arrocco di due gruppi schierati su posizioni opposte: gli scienziati e i
progressisti da una parte a chiedere a gran voce il ritiro dell’invito, i
religiosi e i conservatori dall’altra a denunciare la gravità del fatto che
l’esclusione del Papa dal dibattito avrebbe rappresentato. In realtà, questi due
gruppi di persone si sono schierate in maniera miope su posizioni che
competonono loro, per così dire, da copione ma a mio parere la maggior
parte di loro non si è interrogato veramente sull’opportunità del Papa di
intervenire o meno.

Devo adesso aggiungere che personalmente non ho
una opinione positiva di questo Pontefice: a parte il suo noto intervento in
accusa a Galileo Galilei che ormai risale all’inizio degli anni ’90, ma che fa
ancora molto parlare, è evidente che le sue posizioni non sono conservatrici
(come alcuni vogliono far credere, mistificando l’intero concetto), ma sono
addirittura retrograde: questa è la vera tragedia. Le sue posizioni non tengono
in nessun conto i grandi progressi compiuti dalla scienza e dalla cultura,
mentre sembrano ricordare solo gli aspetti negativi che ancora accompagnano il
genere umano.

Considerando queste motivazioni, i contestatori
sono apparentemente giustificati nella loro decisione di opporsi all’intervento
del Papa. Tuttavia, per quanto, il motivo sia valido, i mezzi sono stati del
tutto errati. Infatti, in un Paese come il nostro, che per fortuna si può
definire ancora libero, non è ammissibile che un gruppo (che siano
studenti o professori o politici o qualsiasi altra cosa) impedisca a un’altra
persona di parlare, di esprimere le proprie idee e di trasmettere le proprie
opinioni. Il bello della libertà di espressione è proprio che la platea non è
per niente obbligata ad aderire alle parole di un relatore qualsiasi. Se il Papa
avesse anche parlato alla Università, cosa sarebbe successo? Forse qualcuno
sarebbe stato costretto a fare proprie le tesi esposte? Ad aderire pubblicamente
alle idee presentate? Certo che no!

Se il Pontefice avesse esposto di nuovo le sue
‘solite’ idee avrebbe solo portato altra acqua la mulino dei critici delle sue
posizioni e avrebbe dimostrato ancora una volta come la Chiesa Cattolica avrebbe
effettivamente bisogno di una modernizzazione radicale. Nel caso opposto,
invece, il Papa avrebbe forse potuto esporre qualche concetto nuovo, forse la
responsabilità di parlare a un pubblico di quel tipo lo avrebbe convinto a
mutare le sue posizioni o quanto meno a metterle in dubbio.
Non lo sapremo mai con certezza. Per quanto il testo del discorso sia apparso
interamente sul quotidiano L’Osservatore Romano (si può leggere anche

a questo link
), non siamo del tutto sicuri che quello sia effettivamente il testo che
sarebbe stato letto nella situazione che non si è verificata. Se questo non
bastasse, poi, il discorso pubblicato è in effetti di profilo bassissimo e
sarebbe stato, a tutti gli effetti pratici, del tutto irrilevante.

Che cosa abbiamo ottenuto alla fine? Le
personalità che si definiscono ‘scienziati’ (e che nella maggior parte dei casi
lo sono) si rallegrano perché è stato impedito a una persona di parlare e di
esporre le proprie idee, una ingiustizia da cui proprio la scienza si è dovuta
difendere per centinaia di anni, invece tutti i commentatori schierati dalla
parte religiosa hanno di che denigrare i dotti e possono accusarli (in
larga parte a ragione) senza curarsi dei problemi che sono insiti nella loro posizione
che si perdono così in secondo piano.

Come giustamente è stato scritto, La Sapienza ha
distribuito lauree ad honorem a
personalità non molto meritevoli dal punto di vista scientifico o culturale, ma
per qualche motivo nessuno ha mosso un dito per protestare contro questo
malcostume. Ancora una volta dobbiamo rilevare la cattiva abitudine di usare due
pesi e due misure, abitudine che in questo caso specifico ha portato a un
clamoroso
autogol. Invece di mostrare una volta di più le contraddizioni, gli errori e le
manchevolezze della Chiesa, gli scienziati hanno trasformato il Pontefice in un
martire (mai termine fu più appropriato) culturale.
Toccherà a tutti noi pagare le conseguenze di questo errore madornale.

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20 anni senza ragione

Mai come in questo momento, l’argomento Energia Nucleare è all’ordine del giorno delle
discussioni economiche, politiche, scientifiche e, fortunatamente, anche
ecologiche. L’aumento vertiginoso del tenore di vita della popolazione
terrestre viaggia di pari passo con il suo consumo di energia, per questo motivo
l’energia nucleare si pone come soluzione relativamente semplice e abbondante.
Nel nostro Paese il problema è sentito in maniera più forte per i vari motivi
citati dai media ormai fino alla nausea. A tutti i livelli, anche in Italia, si è tornato
a parlare di ricerca nucleare, di acquisizione di tecnologia e di sviluppo.
Purtroppo esistono persone che si oppongono a questa scelta e che
cercano di denigrarla facendo leva sulle paure irrazionali condivise e
proponendo al suo posto soluzioni ‘naturali’ vendute come risolutive.

E’ di poche settimane fa la nascita del sito
www.20annisenza.org: sito creato dalla
Federazione Nazionale dei Verdi per promuovere la nota iniziativa tenutasi a
Roma il 10 Novembre. In questo sito si glorifica la ‘battaglia’ di 20 anni fa in
cui i Verdi hanno ‘sconfitto’ il nucleare come se fosse una conquista di portata
storica. In effetti si tratta di una tragedia di proporzioni spaventose.
Per prima cosa ricordiamo brevemente i tre quesiti referendari (tutti e tre
abrogativi) presentati ai votanti nel 1987. Il primo si riferiva la diritto di
veto di una amministrazione locale sulla autorizzazione allo costruzione di
una centrale elettronucleare sul proprio territorio: per evitare l’effetto NIMB
lo Stato aveva la facoltà di obbligare un Comune ad accogliere la struttura con
le relative indennità economiche. Abrogando questa norma, di fatto, ogni Sindaco
poteva e può opporsi in maniera definitiva alla costruzione di una centrale. Il
secondo
quesito annullava i contributi di compensazione erogati a un ente locale per la
costruzione di un impianto nucleare. Il terzo voto poteva proibire all’Enel di
partecipare alla costruzioni di impianti nucleari all’estero.
Tutti e tre i quesiti hanno raggiunto un ampia percentuale di voti a favore
dell’abrogazione, il primo ha di fatto immobilizzato la costruzione di
nuove centrali, in quanto è evidente che nessun Sindaco di città o paese si
imbarcherebbe in una impresa del genere sapendo che una parte dei propri
elettori (non sempre maggioritaria, ma sicuramente ‘rumorosa’) si opporrebbe
strenuamente. La terza decisione è stata del tutto disattesa, in quanto
l’Enel (con lungimiranza) partecipa eccome alla produzione di energia
elettronucleare all’estero, sperando ovviamente  di poter usare questo
know-how in un futuro in Italia.

E’ evidente che questi referendum non bandivano assolutamente l’energia
nucleare in Italia, tuttavia i quesiti vennero proposti al pubblico poco dopo
l’incidente accaduto a Cernobyl, quindi una combinazione di disinformazione,
impreparazione e panico collettivo, portò prima una gran parte dei
cittadini a votare Sì e poi a interpretare questo voto (non certo definitivo)
come una volontà di totale rinuncia al nucleare.
Venti anni dopo che cosa succede? L’Italia ha perso la capacità tecnica nel
campo nucleare (quando, ricordiamo, negli anni ’50 era la terza potenza mondiale
nel nucleare civile), il Paese ha sprecato soldi per smantellare centrali
perfettamente funzionanti, i nostri politici non hanno il coraggio di
affrontare il problema delle scorie nucleari (preferendo ignorare il problema,
invece di risolverlo, come si potrebbe fare) e infine spendono miliardi per
importare energia inquinante da paesi instabili e energia pulita (nucleare)
da nostri vicini come al Francia.
Tutti gli studi scientifici dimostrano che il nucleare è una fonte molto
abbondante, contrariamente a quanto dicono molti. Molti puntano il dito sul
fatto che le scorte di
Uranio, è vero, dureranno 60 anni ancora, ma questo calcolo non prende in
considerazione un grande progresso tecnologico, quello dei Reattori
Autofertilizzanti che sono in grado di rigenerare il materiale nucleare per il
proprio stesso consumo. A parte un costo elevato e una tecnologia acerba (ma del
tutto solida), i reattori di questo tipo potrebbero fornire energia per un tempo
misurabile in centinaia di anni.
La fonte nucleare è anche affidabile, di nuovo contrariamente a quanto si pensa comunemente: nella sua storia pluridecennale ha
subito molti meno incidenti e ha provocato molti meno morti di qualsiasi altra
attività energetica umana. Chi di voi sta pensando a Chernobyl dovrebbe prima di
tutto leggere
questo rapporto dell’organizzazione Mondiale della Sanità e
considerare poi il fatto che quello che si definisce ‘incidente’ è stato in effetti
un malfunzionamento provocato deliberatamente da un gruppo di tecnici impreparati e
incompetenti lasciati a presidiare un reattore nucleare costruito e gestito con tecniche
obsolete.
Una centrale elettronucleare è anche economica: a parte l’alto costo iniziale per
la costruzione dell’impianto, il costo del carburante è irrilevante e la durata
dell’impianto è notevole: tutti questi dati sono dimostrati con fatti senza
andare troppo lontano, ma guardando semplicemente la bolletta dei nostri cugini
francesi.
Infine, le scorie nucleari. Questi, come ogni altro tipo di rifiuti,
per loro stessa definizione, rappresentano un potenziale pericolo ambientale, ma
non un problema insormontabile. Attualmente esistono
tecniche che ci permettono di ridurre la produzione di isotopi a
lunga emivita rispetto a quelli a tempo di dimezzamento breve direttamente nel
reattore nucleare. Inoltre esistono tecniche collaudate per lo stoccaggio su
scala geologica delle scorie. Naturalmente non vuol dire che tutto questo sia semplice, ma può
essere fatto con un impatto ambientale minimo.

Ad ogni modo, dopo questa breve digressione nel mondo nucleare, come pretendono i
personaggi di 20AnniSenza di risolvere il
problema energetico senza ricorrere al nucleare?
Semplice, con i pannelli solari!
Certo cosa c’è di più naturale del sole? Apparentemente niente, a parte forse
il fatto che la nostra stella è un meraviglioso esempio di reattore a
fusione nucleare e, molto meno prosaicamente, non è abbastanza. Punto.
E’ vero che il sole ci inonda tutti i giorni di radiazioni energetiche (che, per
inciso, non sono innocue anche se pochi se ne ricordano) ma questa radiazione va
catturata (cosa impossibile di notte e difficile con cielo coperto), trasformata
(un processo a bassa efficienza e molto costoso a causa della tecnologia
sofisticata necessaria) e infine usato (come calore oppure energia elettrica).
L’energia solare è un bene prezioso e va sfruttato in tutti i modi possibili,
infatti è ottima l’idea che permette alla famiglie di installare pannelli solari
e di vendere o comprare energia elettrica dalla rete quando è in eccesso o in
difetto, ma non illudiamoci. Questa fonte può contribuire per qualche punto in
percentuale sul fabbisogno energetico di una nazione industrializzata, ma niente
di più, il contributo del nucleare è di tutt’altro peso. Proporre di sostituire
uno con l’altro, come pretendono i signori Verdi, sarebbe come un vegetariano
che sostituisce una bistecca di carne con un chicco di riso, dicendo che sta
rimpiazzando un alimento ‘cattivo’ con un o ‘buono’, senza considerare quanto
dell’uno e dell’altro. Ovviamente oltre che di qualità si tratta anche di
quantità: molti commentatori mistificano la prima cosa e nascondono la seconda.
Sempre nello stesso sito, vengono riportati commenti di personalità illustri
come Piero Pelù e Alex Britti, che vengono ovviamente preferiti agli scienziati
per esprimere opinioni sull’argomento.

Onestamente a volte mi pare di vivere in una Candid Camera: ma
veramente vogliano risolvere i nostri problemi (non solo energetici) in questa
maniera?
Forse è il momento di uscire dal nostro mondo fatato fatto di idee secondo cui
l’Italia è il paladino mondiale dell’energia pulita e che il Paese potrà vivere
a lungo e in salute solo con l’energia solare, con le biciclette, senza produrre
rifiuti e spargendo fiori per le strade.
Il nostro mondo moderno fatto di tecnologia e comodità richiede ricerca
scientifica e grande onestà intellettuale, nascondere la testa sotto la sabbia
non serve a niente, spargere disinformazione come fanno i signori del sito
sopracitato, invece, è semplicemente criminale.
E’ notizia recente che Enel è entrata a far parte di un consorzio che sta
progettando e costruendo un reattore EPR in Francia: è bello scoprire che il
buon senso non è del tutto morto e qualcosa si sta muovendo nella direzione del
realismo.

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Viscom 2007

La fiera Visual Communication Italia (Viscom),
secondo i suoi organizzatori, è la più grande fiera europea per il mercato della
comunicazione visiva. La mostra si è tenuta negli scorsi giorni alla Fiera
Milano, così io e Mauro abbiamo fatto una visita sabato mattina. E’ la prima volta che
partecipavamo a questa esibizione e ci aspettavamo un ambiente altamente
professionale, quindi ci siamo buttati nell’impresa con molte aspettative.

La giornata inizia male: il traffico a Nord di
Milano è terribile, ma dopo vari tentativi e cambi di direzione, ci avviciniamo
finalmente allo svincolo dell’autostrada appositamente costruito per facilitare
l’accesso al polo fieristico. Pronti a svoltare a destra, scopriamo una
pattuglia della Polizia che ha transennato l’ingresso e che segnala a tutti gli
automobilisti di proseguire. Pochi minuti dopo il tetto del polo
si intravede dalla strada, così a poche centinaia di metri dalla seconda uscita ci
prepariamo di nuovo a svoltare, per scoprire che anche in questo caso, un gruppo
di lavoratori della Società Autostrade ha transennato anche la questa.

Un momento: quella era l’ultima uscita, dopodichè l’autostrada prosegue e si
allontana dalla fiera!

Ovviamente siamo obbligati a proseguire e
decidiamo di uscire appena possibile, ovvero nella città di Arese e tentare di
tornare indietro. Non esistono più cartelli che indicano la fiera, così da Arese
seguiamo le indicazioni per Rho sperando di trovare di lì altre indicazioni. Entrati
in città scopriamo di nuovo che non ci sono indicazioni, così seguiamo la strada
principale e, a un tratto, si vedono i cartelli per Pero e quindi seguiamo
quella direzione, semplicemente ricordandoci che il polo fieristico si chiama Rho-Pero visto che di
segnaletica ancora non se ne parla. Qualche chilometro di
speranza più avanti, alla fine, un cartello ci indica la Fiera, dove giungiamo
pochi minuti dopo, trovando con qualche difficoltà la porta Est e il suo
parcheggio adiacente. Totale, 1 ora e 15 minuti per fare la bellezza di 15
chilometri. Decisamente un pessimo inizio, tenuto conto del fatto che in tutto
questo caos, né la Polizia ne le Autostrade si  sono preoccupati di dare
indicazioni alle centinaia di auto in viaggio verso la Fiera, lasciando il
viaggio in balia di qualche ipotesi fortunata. Mi immagino un visitatore
straniero cosa avrò pensato di questa organizzazione, se così la possiamo
definire.

Questo è solo l’inizio: giunti alla porta Est,
avendo noi pre-registrato l’ingresso, ci avviciniamo ai chioschi automatici
Easy Access
. A questo apparecchio dovrebbe essere sufficiente far ‘vedere’
il codice a barre prestampato per avere il biglietto di accesso. Contento di
questa innovazione (che avevo ipotizzato in
una entry
precedente
, in occasione di una
edizione di SMAU), ci avviciniamo fiducioso a una di queste macchinette dove,
neanche a dirlo, ci aspetta un signore in uniforme che ci dice che il sistema
non funziona! Quindi lui passerà un suo codice a barre di servizio per avviare la
procedura, poi noi dovremo battere a mano il nostro codice. Non sono sicuro di
dover commentare questa prima fase dell’ingresso, anzi, mi astengo proprio.

In pochi minuti raggiungiamo l’ingresso, dove
facciamo passare la nostra tessera in un tornello, finalmente automatico, che ci
lascia entrare. Come prima cosa ci avviciniamo subito a un cartello che riporta
il nome degli espositori con i relativi stand di appartenenza. La prima cosa
che ci salta all’occhio è che, pur essendo questa la mostra della comunicazione
visiva, questi cartelli sono stampati in maniera pessima, tanto da renderne
difficile la lettura. Capiamo che tira una brutta aria.

In ogni caso ci avviamo per un primo giro di ricognizione, per renderci conto di
quello che offre la fiera. La prima impressione è di essere capitati nell’area
stampa di una edizione di SMAU: si vede un tripudio di plotter di vario formato
e di varia tecnologia che stampano a ciclo continuo, alcuni su carta o cartone,
altri su plastica, magliette e via dicendo.

Dopo aver curiosato un po’ in giro, iniziamo a
concentrarci più decisamente sull’obbiettivo della nostra visita, ovvero la
valutazione di quello che offre la tecnologia del plotter da taglio, con tutto
quello che ne consegue. Una parte importante del processo è la gestione delle
immagini digitali e soprattutto la conversione di una immagine raster in un file
vettoriale. A questo scopo, per avere dettagli su prodotti software e metodi di
conversione, iniziamo a chiedere in giro, ad addetti presenti negli stand delle
aziende del settore, il risultato è sconcertante. La maggior parte dei ‘tecnici’
intervistata si limita ad arrampicarsi sugli specchi cercando di spostare la
discussione su altri argomenti, oppure sparando termini tecnici a casaccio
sperando, evidentemente, di essere davanti a sprovveduti e che avrebbero tolto
il disturbo. Una minoranza delle persone si ammette candidamente la propria
ignoranza, qualcun’altro cerca di mandarci da fantomatici ‘esperti’ che
ovviamente non sono disponibili oppure si scoprono essere esperti di tutt’altro.
Risultato: in tutta l’esposizione non si trova una persona che sia una che abbia
una idea di che cosa si stia parlando o che sia in grado di darci uno straccio
di suggerimento sensato, prima ancora che utile.

Questo naturalmente è solo un esempio, ma io
francamente sono rimasto stupefatto dalla mancanza assoluta di professionalità
dei partecipanti alla fiera, a partire dal piccolo espositore fino alla grande
multinazionale: in pratica ogni stand esiste per servire necessità unicamente di
marketing. Non mancano le ospitalità, i funzionari commerciali di ogni azienda e, ripeto,
macchine apparentemente meravigliose intente a sputare stampe di ogni genere. Ma
ogni tentativo di spremere un po’ di sostanza si rivela del tutto vano. Ora io mi
chiedo come possiamo pretendere che l’economia del Paese vada bene, dopo aver
visto questo concentrato del (ipotetico) meglio del meglio del settore della
grafica e della comunicazione visuale? Questo è uno specchio della struttura
organizzativa delle aziende moderne, non solo in Italia (ma da noi il problema è
peggiore), aziende che si fondano sull’immagine, sui commerciali, sui buoni
rapporti con i clienti (potremmo anche usare termini meno eleganti, ma avete
capito cosa intendo), ma su prodotti deboli e su personalità tecnicamente
impreparate. Abbiamo avuto una nuova conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno,
della pochezza delle applicazioni, degli strumenti, dei processi. Invece di
strapparsi le vesti per il mercato in crisi, forse le aziende dovrebbero
concentrarsi un po’ di più sulla sostanza piuttosto che sulla forma, sono pronto
a scommettere che le cose andrebbero a posto molto in fretta.

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House contro chi?

Spesso rimango sconcertato dal pressappochismo con cui i cosiddetti ‘giornalisti’ trattano
argomenti
anche molto delicati: in questa entry mi sento in dovere di commentare proprio
una di queste bufale, una piuttosto grande. I lettori del Corriere della Sera
hanno trovato in prima pagina dell’edizione di Domenica 4 Novembre un articolo a proposito della
sanità negli Stati Uniti e di un ipotetico attacco portatole
dalla serie TV House MD per bocca del suo protagonista. L’articolo è
disponibile online a

questo indirizzo
, ha ricevuto un titolo a cinque colonne a pagina 15 e, come detto, si è
guadagnato anche un posto in prima pagina.

Con queste premesse non si può che dedurre che il contenuto dell’articolo sia
estremamente serio e rigoroso. Non ci si potrebbe sbagliare di più.

L’articolo tratta del contenuto dell’episodio Mirror, Mirror, ancora
inedito in Italia di cui si può leggere il

riassunto a questa pagina della Wikipedia
. Secondo l’autrice, in questo
episodio il Dottor House fa una critica aspra e aperta il sistema sanitario USA
(basato primariamente su assicurazioni private), fa una lode del regista
Micheal Moore e del suo recente film
Sicko,
infine il buon dottore conclude con un proclama di stampo sovversivo incitando con il pugno sinistro «fight the power». Parole
pesanti che fanno definire la presa di posizione una svolta epocale nel mondo
della televisione USA che sembra schierarsi apertamene contro il Presidente Bush
e contro lo stato di fatto in America. Peccato che tutto questo nasca da un grande
fraintendimento dell’episodio, trattato in maniera del tutto acritica da parte
della stampa.

Per prima cosa, per dimostrare che le mie parole non sono campate in aria,
oltre a leggere il riassunto già citato, invito tutte le persone che hanno modo
di vedere l’episodio a verificare le mie affermazioni, tenendo presente che il
fatto accade dopo circa 17 minuti di trasmissione. Dopo uno dei suoi frequenti
battibecchi con l’immancabile dottoressa Cuddy, House decide una ritorsione
contro l’ospedale ed è qui che nasce il malinteso. Dopo essersi recato
all’accettazione del poliambulatorio dell’ospedale, chiede chi dei presenti sia
sprovvisto di assicurazione medica: all’alzata di un gran numero di mani, House
sussurra che Moore aveva ragione. Nell’articolo questo viene descritto come un
supposto supporto di House al regista, ma questa è una sciocchezza: prima di
tutto House si è recato nel posto esatto in cui si aspettava di vedere persone
senza assicurazione, ovvero l’ambulatorio gratuito, secondariamente ha mormorato
la frase come commento ironico, non avendo ovviamente quell’alazata di mani una
qualsiasi valenza statistica dal punto di vista scientifico.

Dopo la domanda, House ordina TAC, RMN e altri esami costosi per tutti: di
nuovo, secondo l’articolo, questo fa parte di una crociata di House in favore di
chi non si può permettere degli esami, ma di nuovo va fuori strada. House ordina
quegli esami, non perchè i pazienti ne avessero bisogno (non avrebbe potuto
saperlo, in ogni caso) e perchè gli fossero rifiutati, ma semplicemente per
procurare una spesa inutile al
Ospedale! Chi conosce un po’ la serie, sa che queste uscite estemporanee di
House sono molto frequenti, così come la sua insofferenza verso i suoi
superiori, a suo dire ottusi, è una parte importante di ogni episodio. Tutte
queste sono caratteristiche che fanno parte del personaggio e vanno prese in maniera
farsesca.

Alla fine House chiude effettivamente con «fight the power»,
ma di nuovo è una affermazione del tutto risibile, cosa che appare chiaramente
dal tono e dall’espressione del Dottore.

Dopo aver letto questo articolo, mi sono sentito in dovere verso altri
lettori meno informati di me sull’argomento di scrivere alla Redazione del
Corriere e di spiegare il malinteso. Dopo aver esposto le mie ragioni concludevo
dicendo che era sicuro che si trattasse di una imprecisione e non di un errore
volontario. Ovviamone confidavo che sarebbe stata pubblicata una smentita e una
errata corrige in un giorno o due al massimo.

Evidentemente sono molto ingenuo.

Dopo diversi giorni, infatti, non solo non c’e’ traccia di smentita o rettifica
sul giornale, ma la mia missiva è stata ignorata a ogni livello!

Ora, a quale conclusione dovremmo giungere se non quella che l’articolo sia
stato pubblicato con intento malevolo? Non dobbiamo forse convincerci che, nella
necessità di riempire una pagina in una giornata di ‘stanca’, una giornalista
poco zelante abbia costruito un caso sul niente?

Nella migliore delle ipotesi, l’autrice si è limitata a copiare un concetto da
qualche fonte approssimativa senza verificarla, nella peggiore, deduciamo che
l’articolo sia un tentativo costruito ad arte di manipolare l’opinione pubblica.

La sanità negli USA è un dibattito serio: coinvolge milioni di persone la cui
salute è in gioco e vale miliardi di dollari che potrebbero cambiare
letteralmente l’economia di un Paese e di tutto il Mondo. Il dibattito è
aperto ai massimi livelli ed è di grande serietà, e il maggiore quotidiano
italiano si permette di liquidarlo in 100 righe scrivendo solo sciocchezze?

E’ una cosa che nessuno dovrebbe accettare in silenzio, spero che tutti siate
d’accordo.

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Trust o Antitrust?

Adesso che il polverone si sta diradando e i soliti giornalisti hanno perso
interesse per la faccenda, posso parlarne anch’io. Mi riferisco ovviamente alla
conferma della multa comminata a Microsoft dalla Commissione
Europea. Mi sono deciso a scrivere questa entry dopo aver scoperto che un blogger molto più famoso di me (e molto più supponente, aggiungo) ha trasformato
silenziosamente un suo articolo palesemente e irragionevolmente anti-microsoft
in uno dai toni più morbidi. Premetto che io non sono né pro- né anti- 
Microsoft. Uso molti dei suoi software così come quelli di altre aziende e della
comunità open-source, chi mi consoce sa che cerco sempre di avere un punto di
vista obiettivo su tutto, informatica inclusa. Passiamo adesso alla discussione.

Uno dei due argomenti oggetto del contendere è la chiusura totale delle
specifiche dei sistemi operativi Microsoft. Secondo la Commissione, non solo la
Microsoft proteggerebbe il proprio codice, ma negherebbe anche volontariamente
alcune informazioni basilari sul funzionamento dei propri sistemi alle altre
software house in modo da impedire loro di creare software in grado di
sfruttare tutte le capacità degli OS.
Questa osservazione ovviamente si relaziona con il mondo dell’open-source, dove la
disponibilità dei sorgenti assicura la capacità di analizzare e sfruttare ogni
caratteristica più o meno nascosta del sistema.
Detto questo, dovremmo chiederci quanto l’affermazione della Commissione sia
fondata. Prima di tutto la Microsoft produce software applicativi solo in certe
aree e non avrebbe molto senso nascondere notizie a suoi concorrenti che
agiscono in altri ambiti. Secondariamente dobbiamo ricordare che molte
applicazioni di alto livello – pensiamo per esempio ai sistemi di gestione dei
database relazionali, gli RDBMS – vengono sottoposte a continui benchmark poi
sfruttati a fini pubblicitari in maniera molto ampia. Se ci fossero
effettivamente delle differenze abissali tra un prodotto Microsoft e uno di un
concorrente su Windows Server, per esempio, questo diventerebbe evidente e
sarebbe relativamente facile da provare.
Ovviamente nel mercato è naturale che i concorrenti di Microsoft debbano essere
messi in condizione di agire alla stesso livello, ma bisogna anche considerare
il legittimo diritto di Microsoft a mantenere una parte dei propri segreti. Dato
che l’azienda di Redmond lavora per sua scelta volontaria in un ambito
closed-source, è giusto che il suo diritto alla riservatezza venga mantenuto nei
limiti della legalità. Se il closed-source sia destinato a soccombere all’open è
una cosa che non spetta decidere a un ente governativo, ma al mercato.
Sarà interessante e cruciale vedere con quali mezzi si vigilerà su questo
adempimento ed entro quali limiti.

Secondo argomento è l’inclusione di Windows Media Player nel sistema
operativo Windows. Qui torniamo a una questione vecchia come l’informatica:
qual’è il limite a quello che può essere incluso in un sistema operativo come
‘accessorio di serie’ e che cosa è un software ‘regalato’ in maniera ingiusta?
La parte brutta di questa storia è che l’attore cambia nel corso degli anni, ma
la scena è sempre la stessa. Pochi anni fa il problema era a proposito dei
browser internet. Si è fatto un gran parlare del fatto che l’inclusione di
Internet Explorer in Windows fosse dannoso per Netscape Navigator e i suoi
cugini. Le cause si sono succedute per anni, poi la questione è finita in
niente, Netscape ha sfornato prodotti sempre peggiori, finché in pratica non
rimanevano più clienti. Nel contempo Microsoft migliorava IE fino a farlo
diventare un buon prodotto. Finalmente pochi anni dopo è arrivata Mozilla
Foundation che ha pensato bene di non affidarsi a una aula di tribunale, ma di
combattere la sfida tecnologica nel mondo dell’informatica. Se ne è uscita così
con Firefox, un prodotto rivoluzionario, un software che ha dimostrato una volta
per tutte che un buon prodotto fa sempre strada indipendentemente dalla
Microsoft. Con questo esempio intendo dire che se esiste un player migliore di
WMP, il pubblico lo sceglierà indipendentemente dal fatto che sia incluso in
Windows o meno. Infatti WMP è ben lontano dal monopolio e ha molti concorrenti,
tra cui RealPlayer, VLC (usatissima applicazione open-source), DivX Player (in
bundle con l’omonimo codec), recentemente Flash MX (salito agli onori della
ribalta per il video digitale con YouTube) e infine QuickTime di Apple.
In molti hanno nominato proprio Apple in contrasto con Microsoft in questa
vicenda. Bene, allora vediamo quanto molta della gente che scrive nei vari blog
e giornali non ha idea di che cosa stia parlando. Apple è in questo momento
nell’occhio del ciclone a causa del circolo vizioso creato con la famiglia iPod.
L’apparecchietto infatti deve essere caricato di file usando esclusivamente
l’applicazione iTunes, convertendo files esistenti nel formato Apple oppure
acquistando contenuti dal sito iTunes, ovviamente di proprietà Apple. Mentre i
lettori portatili di altre case produttrici possono essere collegate a un
qualsiasi sistema operativo moderno e accettano file per semplice copia (come
una memoria flash USB) con molti formati audio e video diversi, il sistema della
Apple accetta solo i propri files, caricati con un software proprietario e
comprati da un negozio di nuovo di proprietà. Infine provate a scaricare
QuickTime, il player di Apple, indovinate cosa trovate in bundle obbligatorio?
Esatto, proprio iTunes!
Però la Microsoft è monopolista, Apple invece è ‘cool’… andiamo, cerchiamo di
usare un po’ di buonsenso nelle cose. I giornalisti cavalcano l’idea popolare
secondo cui Microsoft sia il grande Male e Apple il Bene. In realtà si tratta di
due aziende commerciali che cercano di mettere le mani su mercati multimilionari
di norma con mezzi leciti, a volte con mezzi che potremmo definire ‘al limite’.
Nessuno dei due fa nulla per bontà. Non per niente alla Commissione Europea, di
nuovo, si sta pensando ora di mettere sotto osservazione proprio la casa della
Mela per motivi analoghi a quelli relativi a Microsoft.

In conclusione dobbiamo dire che l’attività antitrust è di importanza
fondamentale, soprattutto in un mercato molto competitivo come quello
informatico. Detto questo bisogna stare attenti a non usare due pesi e due
misure: uno con Microsoft e uno del tutto diverso con Apple, con Oracle e con i
loro degni compari.
Il mondo degli affari è spietato e l’informatica non è fatta solo da giovanotti
simpatici, bizzarri e geniali chinati su una tastiera a programmare.
Nessuna azienda funziona così.

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